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PERIFERIE”

A volte basta uno sguardo in la, dei segni ben definiti , un passaggio ed è già

PERIFERIA”

Uno sguardo e ti accorgi che svaniscono tutte le tue sicurezze che finora ti circondavano restando attaccato al cordone ombelicale di un ipotetico centro detto tale solo a causa della sua forza centripeta ingannevole e affascinante, come le sue vetrine, le sue luci , il suo caos fatto di motori e chiacchiericcio, da qui in poi la dimensione cambia, aumentano gli spazi e ti perdi anche tra una striscia e l’altra delle zebre stradali…………………………è immenso tutto, persino gli specchi d’acqua che riflettono giganti di cemento armato

A volte si ha la sensazione che tutto ciò che cresce intorno a questi spazi sia fine a se stesso nato o creato solo per bilanciare celesti  presenze, elementi di acciaio, legno e cemento piacevolmente formati e collegati ad un cielo plastico e tessuto

Acciaio che a sua volta ti indica la via, insidiata da graminacee e pietrischi, ma che cela il segreto del silenzio fino al regolare rombare del treno
geometrici fori su tessute facciate grigie di cemento armato, sorvegliano costantemente modesti drappi ondeggiare.
E’ ancora l’acciaio che difende dalla solitudine grandi facciate con attaccate le forme di un convenzionale abito umano finora unico elemento di una sua presenza
ancora recinti con allarmi al sorpasso e indicanti lavori presunti su luoghi dove ormai i lavori li fa solamente l’erbaccia
Alberi narcisi che rinsecchiti da un nuvoloso autunno negano la loro presenza e si danno solo in ombra
Come i campi di periferia circondati da reti atte a proteggerli da calciatori in erba che fanno notare la loro assenza probabilmente attratti da strutture del centro
Paesaggi sottolineati da graffiti di umani
Madonne severe rinchiuse in cinzioni di cemento
Ed altre manifeste madonne ammiccanti e osannanti il consumismo del
centro
Semafori sempre in piedi che regolano il passaggio, un ordine imposto quasi da contraltare alle scorribande che infuriano sulle strade centrali
resiste ancora una vecchia struttura di tufo, ormai murata ,un tempo aggregazione di giovani sportivi
Sale la voglia di girarsi e tornare indietro un nuvolone richiama l’attenzione, il caotico centro lancia segnali di fumo, è saturo e stanco ha voglia di  esplodere, ormai condannato a contenere anche le umane figura mancanti da questi spazi.
Panchine, deserti di argomenti, a coprire secolari masserie un tempo luoghi affollati di lavoro
Giochi accennati inutili, continuamente lacerati per bambini assenti, vogliosi di attrazioni affollate
Scritte di attrazioni circensi che trovano siti solo in questi spazi tra cementizie abitazioni
Segmenti di cemento
orpelli di metallo
E ancor più in la terreni arati anch’essi con solchi diretti al centro
Una storia lontana dai luoghi comuni dell’uomo e dove l’uomo mai
appare non può finire in nessun altro modo se non con un masso che sembra indicarci come unico sollievo la vita affollata verso il centro


Pasquale Amoruso

Italo Calvino, scrittore a me molto caro, ha scritto nel suo libro “Le città invisibili”:
” … la città non dice il suo passato, lo contiene come le linee d’una mano … “.

Raccontare la periferia attraverso le sue tracce è come raccontare un uomo attraverso i segni del suo volto, delle sue mani, solchi all’interno dei quali è trascorso il proprio vissuto, ne rappresentano la vita. In più tracciare i segni di una città, lascia all’immaginazione di ognuno di noi la possibilità di scoprirne liberamente il vero volto, attraverso le proprie esperienze .

Inoltre segnalo ancora qualche spunto di riflessione:
“Segni e scritture di periferie urbane”, a cura di Paola Scrolavezza docente di letteratura giapponese presso l’Università di Bologna

“La periferia è un posto dove la storia cessa e il tempo e lo spazio perdono il loro significato. Per questo noia e alienazione sono le principali caratteristiche della periferia. Esistono solo due strade per uscirne: l’una è quella del suicidio, l’altra quella della scrittura. Io ho scelto la seconda. Avevo 14 anni, la stessa età di Anna Frank, quando ho cominciato a occuparmi di letteratura, a tenere un diario, ad annotare e guidare i miei sogni, cioè a combattere l’istinto suicida. La periferia di Tokyo in cui sono nato e vissuto era la mia camera a gas.”

(Shimada Masahiko)

L’uso delle parole non è […] mai innocente ed è bene prestarvi attenzione. La parola «periferia» ha senso solo in relazione all’idea di
«centro». Noi associamo la parola alle immagini della miseria e delle difficoltà urbane, ma la mettiamo quasi sempre al plurale (le .«periferie urbane»), quasi a rendere conto del fatto che in questo modo si designa tutto il tessuto urbano, come se, per dirla al contrario di Pascal, la circonferenza fosse ovunque e il centro da nessuna parte.

(Marc Augé)

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